Immagini mute che rimandano alla sofferenza della carcerazione, dell’isolamento, della costrizione. Quello rappresentato da Francesco Insinga (Catania, 1970) è un dolore senza fiato, pudico, controllato.

Francesco Insinga, Pride, lambda sotto plexiglass, cm 120x180 (2009)
I suoi corpi, avvolti dal cellophane, costruiscono un dramma senza clamore. Sono individui anonimi, senza volto, nudi e disarmati di fronte all’indifferenza dilagante. L’artista catanese supera la retorica, oltrepassa l’ovvio, estendendo la detenzione fisica e mentale a una collettività sempre più soggiogata alla moderna schiavitù del benessere e dell’apparire.La ricerca di Insinga si muove allora su un duplice binario: intimo e corale da un lato, di isolamento e protezione dall’altro. In questo senso la pellicola indentifica non solo una solitudine forzata ma diviene simbolo di salvezza da una società sempre più alla deriva.
Chi ha avuto modo di visionare i tuoi precedenti lavori non può che aver notato un linguaggio artistico differente, sia nella forma sia nel contenuto. Tu stesso hai affermato, durante una nostra conversazione, di aver dirottato la tua attività in un’altra direzione in cerca di una formula espressiva più personale. Mettersi in discussione è sempre un momento di crescita. Raccontaci i tuoi inizi e questa tappa fondamentale del tuo percorso.
Non so collocare temporalmente i miei inizi, sicuramente non in Sicilia e non in Italia, il mio percorso altalenante inizia in Francia, dove ho vissuto parecchi anni e dove con grande fatica provavo a fare ricerca peraltro con scarsi risultati, abitavo in una cittadina che non offriva molto dal punto di vista artistico. è probabilmente vero che il mio linguaggio è cambiato sia nella forma che nel contenuto, ma definirei il mio percorso, la ricerca di un’identità personale più che una formula espressiva.
Con sobrietà e rigore nei tuoi lavori affronti tematiche scomode e tragicamente attuali. Come descriveresti la tua ricerca?
Cerco di mettere in relazione l’uomo contemporaneo con la sua storia con il suo passato, cerco in qualche modo di unirli in un unico istante, mentre è altrettanto evidente, l’intenzione di voler restituire in una dimensione immaginale una mia rappresentazione del tempo. Affronto temi sociali, dove peraltro sono impegnato in prima persona e non soltanto come artista, il cellophane da me usato per avvolgere i corpi non rappresenta soltanto la costrizione dell’individuo, in esso identifico anche il drappo, la piega caratteristiche fondamentali del periodo classico cui sono fortemente legato. Infine penso che il mio
lavoro sia più concentrato sul cercare di mettere in relazione l’individuo con ciò che lo circonda, fondendoli in un’unica dimensione ovviamente onirica.
Quali artisti hai amato o ti hanno segnato maggiormente?
Ho sempre guardato a 360° gradi la società contemporanea cercando di non avere punti di riferimento ben precisi. Sicuramente nella mia ricerca ho avuto modo di trovare artisti che riuscivo a comprendere, riuscivo a leggerne il lavoro senza essere condizionato da orpelli vari. Tra gli artisti che più ho amato, sicuramente, posso citarti Francesca Woodman morta a soli a ventidue anni ma che più di tutti per me ha rappresentato un punto di partenza per la mia ricerca, non a caso il suo breve ma intenso lavoro era concentrato sulla messa in relazione dell’uomo con ciò che lo circonda. Hans Ludwig che con i suoi scatti mette in scena l’uomo in relazione allo spazio. Infine come non citare Wilhelm Von Cloeden che nella nostra terra mette in scena, con le sue foto, il sogno di una vita ideale: peccato che i fascisti ci abbiano negato la possibilità di poter apprezzare gran parte del suo lavoro.
Francesco Insinga, In hoc tempore, veduta dell’istallazione post performance alla Galleria Marconi.
Foto di Marco Biancucci
Le tue opere hanno un forte carattere civile. Che responsabilità ha oggi un artista?
L’artista penso abbia oggi una grande responsabilità, operando in un settore che investe notevolmente il mondo della comunicazione ha il dovere morale di restituire un’immagine della nostra società contribuendo
a consolidarne l’ideologia, assumendosi un grosso onere, da svariati punti di vista, compreso quello politico. Indagare sui problemi posti dall’attuale scena contemporanea con saggezza intellettuale.
Una riflessione sull’arte contemporanea in Sicilia e su GATE 21, l’associazione culturale di cui sei presidente.
L’arte contemporanea in Sicilia, davvero vi è una risposta? Beh, penso che per tanti anni, troppi forse, ci sia stata un’assoluta assenza, qualcuno ha pensato che di storia e di cultura ne avessimo già tanta e quindi
non valeva la pena investire su questo territorio per portarlo al passo con i tempi: che la colpa possa essere della politica, della criminalità o dell’inettitudine questa non è la sede per parlarne. Venendo ad oggi penso che qualcosa stia incominciando a cambiare, probabilmente la mia generazione non ne vedrà i frutti, nuove realtà sono sorte sul territorio tutte con validi intenti ma anch’esse con poche risorse. Sta di fatto che a oggi manca un vero e proprio punto di riferimento per i giovani e quando dico giovani mi riferisco ai giovanissimi. Inoltre è ancora imperante il concetto d’individualismo che accompagna tutti gli operatori del territorio. GATE21 è una piccolissima realtà territoriale costituita da artisti e non solo, che ha degli scopi ben diversi, ovviamente, da fondazioni o gallerie per quanto ne ricerchi in alcuni casi la collaborazione. Nasce con un’idea ben precisa: fare attività sulla base del confronto, censire il territorio creando un punto di riferimento per i giovanissimi. Sicuramente tutto questo ha un po’ il sapore di utopia considerando che il tutto viene fatto senza fondi ma comunque mi piace pensare che qualcuno possa crederci.
“In hoc tempore” è titolo della tua personale, curata da Renato Bianchini, alla Galleria Marconi di Cupra Marittima, visitabile fino al 22 novembre 2009. Parlaci di questo progetto.
La risposta di fatto sta nel titolo “In Hoc Tempore” ossia in questo tempo, la mia intenzione era quella d’interpretare la “vita-natura” in una dimensione senza tempo dove il passato ed il presente si uniscono senza sovrapporsi, utilizzando un allestimento composto da più elementi tra cui una moltitudine umana nuda che nasconde la propria identità, posizionata come una metopa dell’architettura greca. Altro elemento importante dell’allestimento è la performance fatta eseguire a un giovane ragazzo con un corpo quasi da efebo che si posiziona in terra scrutando un paesaggio onirico e mitologico posto davanti ad esso e sul quale viene proiettata una distesa di foglie dove il giovane trova riposo. Tutto questo al fine di voler puntualizzare la necessità di riavvicinarsi al mondo che ci circonda. Ultimo elemento che ha il compito di chiudere ma allo stesso tempo aprire la mostra, sono tre foto che raffigurano nella prima, un bambino con la propria madre, che in un gesto tenerissimo, cioè quello di sfiorare delicatamente il seno, simboleggia la maternità e quindi anche la nascita. Nella seconda foto, due giovani intrecciano i loro corpi, quasi come se volessero prevaricare l’uno su l’altro, simboleggiando la lotta. La terza e ultima foto non ha bisogno di grandi spiegazioni simboleggia la morte. I tre scatti, in definitiva, non fanno altro che descrivere il ciclo della vita.
Eventi futuri?
Ti dirò solo le cose che ritengo più importanti per me. Inaugurerò una mostra a fine gennaio 2010 alla White Project di Pescara e inoltre in questo momento sono impegnato nello strutturare alcuni progetti laboratorio che realizzerò entro l’anno prossimo in Tanzania con una comunità di bambini diversamente abili.
Intervista pubblicata sul numero #66 di TRIBE ART.
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