Un voyeur che colleziona scarti in landscapes urbani desolati. Di Marco, sollecitato dal caso, osserva, fotografa, cataloga e poi dipinge "ritratti di cose", spesso "scarti dell'archeologia del moderno".
Andrea Di Marco, Condom III, olio su tela, cm 160x140 (2000)
L’uomo c’è ma non si vede. Nella solitaria
collezione di “reperti” moderni raccolta da Andrea Di Marco (Palermo, 1970) la figura umana è completamente
assente. Un’umanità volutamente messa di lato, non necessaria perché già rievocata
da quegli oggetti da lei impiegati e poi dismessi. Un voyeur che colleziona scarti in landscapes
urbani desolati. Di Marco, sollecitato dal caso, osserva, fotografa, cataloga e
poi dipinge “ritratti di cose impotenti e
paralizzate o, forse, meglio dire "neutralizzate", spesso scarti
dell'archeologia del moderno”.
A zonzo fra le pieghe (e piaghe)
di un’esistenza cittadina, superficiale, veloce, consumistica, che tutto vuole
e poi abbandona, ritroviamo Di Marco, un nostalgico archeologo che dipinge, con
serialità e ricchezza materica, angoli di periferia popolati da camion,
trattori, stendipanni, pompe di benzina. Oggetti che diventano monumenti
commemorativi e, nello stesso tempo, soggetti di un’ossessiva documentazione.
Nelle tue opere convivono dato realistico e concettuale. Se dovessi
spiegare il tuo lavoro a qualcuno che non lo conosce da dove inizieresti?
Uso la fotografia come braccio
tecnologico per estrarre dei soggetti che potenzialmente mi interessano, ma la
ricerca è per lo più affidata al caso, può nascere un buon quadro semplicemente
andando da casa al supermercato e viceversa, dipende cosa trovo durante il
tragitto, talvolta invece la visione procede per tipi, catalogandoli a scopo
documentografico in base per lo più ad un progetto espositivo, questo è il caso
in cui tutto si fa' più duro e avventuroso.
Direi brevemente che le mie opere
nascono in giro, si sviluppano dentro lo studio e si realizzano all'interno di
uno spazio espositivo.
Nel corso degli anni la tua pittura si è “raffinata” e alcuni supporti li
hai abbandonati. Il tuo modus operandi
di ieri e quello di oggi: descrivici differenze e connessioni.
Rispetto alle esperienze degli
anni novanta dove la ricerca era caratterizzata da un giocoso ritaglio di
elementi di illustrazione, ritrovati/riscoperti per essere a loro volta
ricombinati all'interno di un contesto urbano, oggi mi sento più vicino ad
un'idea di arte che abbia a che fare un po’ di più con la tradizione, ma solo
dal punto di vista tecnico e della raffinatezza pittorica come dici tu, solo
che adesso le cose che mi piace catalogare non appartengono al mondo del
fumetto, della pubblicità o dell'eclettismo post moderno al contrario è una
sorta di vademecum per la sopravvivenza, sono ritratti di cose impotenti e
paralizzate o, forse, meglio dire "neutralizzate", spesso scarti
dell'archeologia del moderno che hanno perso il loro valore di mercato forse
l'unica connessione concreta tra il passato modo di operare con quello di oggi
è proprio la catalogazione di reperti ben definiti, solo che adesso vengono
fuori dal mondo circostante.
Andrea Di Marco, Babel, olio su tela, cm 180x220 (2008)
Mi sembra che la Sicilia
non traspaia dai tuoi lavori: il luogo di ritrovamento dei tuoi “reperti”
contemporanei è infatti indecifrabile. O sbaglio?
Mi piace pensare che a chi osserva
i miei quadri non interessa molto il luogo specifico dove è stata scattata la
foto per quel particolare reperto, mi interessa che lo ritrovi in natura, nella
metafisica del mondo reale magari guardando fuori dal finestrino durante una
lunga coda in autostrada.
Verso dove pensi stia andando la tua ricerca?
Spero di potere continuare sulla
strada della casualità, dell'incertezza e quindi della scoperta.
Secondo alcuni parlare di pittura è anacronistico. Tu cosa rispondi?
Ma forse in certi contesti lo è o
meglio può sembrarlo, io comunque punterei sull'artista, sull'individuo che
sceglie filosoficamente la strada del vivere d'arte più che sulla tecnica o il
media che usa per esprimersi, cioè mi sembra molto più anacronistica una
discussione in cui si enfatizza il solito discorso della pittura che è morta,
se questo è accaduto io non me ne sono accorto. Poi non mi sembra affatto
osservando da lontano quello che accade nel resto del mondo, penso alla scuola
di Lipsia o a tutti quei paesi come l'India o ancora di più la Cina da dove mi sembra che
esportano più pittori che giocattoli.
In Italia credo, più che altro ci
sia la volontà da parte di alcuni di buttare nello stesso calderone tutti
quelli che dipingono, cosi per sport, in modo da silenziare con l'arma
dell'indifferenza e del vezzo intellettuale la pittura come provinciale e
populista, mal sopportando di riconoscere i valori artistici ancora schietti e
senza frontiere che un bel quadro sa riflettere.
Andrea Di Marco, Rete verde, olio su tela, cm 130x70 (2008)
Una riflessione sull’arte contemporanea in Sicilia e
sull’arte in genere.
Sull'arte in genere la
prima cosa che mi viene da pensare è che ce n’è tanta e dovunque, viviamo in
tempi dove la tecnologia permette esperienze sensoriali a tutti i livelli di
conoscenza e più si va avanti più sarà difficile codificarle.
Ammiro molto quegli
artisti che in Sicilia rischiano privatamente con le loro forze cioè non pesano
sulla collettività appoggiandosi a schieramenti politici o di casta. Magari
forzando il confronto con una realtà artistica che sia almeno italiana.
Raccontaci le ultime soddisfazioni professionali.
Durante la quadriennale nel 2008
un momento di riflessione con altri artisti italiani della mia generazione, che
mancava o che non era ancora stato possibile.
Prossimi progetti.
Spero di fare una buona mostra da
Pantaleone a marzo.