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Palermo: Palazzo Branciforte resuscitato dall'archistar Gae Aulenti

Una delle più eleganti dimore della Palermo del XVI secolo è stata recuperata e trasformata in nuovo polo museale e culturale. Si propone al grande pubblico nel segno della memoria siciliana grazie al progetto di Gae Aulenti, architetta italiana molto nota anche all’estero, e all’investimento della Fondazione Banco di Sicilia.

di Lucia Russo


Nelle foto
Palazzo Branciforte: la Sala Biblioteca e la Sala dei bronzi (Mercurio e Diana cacciatrice) Nino Geraci. (ph. Ezio Ferreri) 
 
 
Riconvertire i luoghi, reinventarli, è nelle sue corde e nella sua esperienza consolidata. Un solo nome per ricordare un simbolo di questa competenza: il Museo D'Orsay di Parigi inaugurato nel 1986, frutto della trasformazione dell’antica stazione ferroviaria progettata e costruita tra il 1898 e il 1900 nell’attuale galleria che ogni turista non manca di visitare ed ammirare. È lei, Gae Aulenti – uno degli architetti italiani più noti anche internazionalmente – l’autrice del restauro di Palazzo Branciforte di Palermo, nel cui bagaglio specialistico c’è il design industriale, l’interior design e l’urbanistica. Nel 2008 Giovanni Puglisi, presidente della Fondazione Banco di Sicilia, le affidò il lavoro di recupero ora ultimato e svelato al pubblico il 23 maggio u.s alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con una mostra fotografica dell’agenzia Ansa dedicata a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino.
L’obiettivo del recupero è stato il ripristino fisiologico e la valorizzazione degli spazi stravolti nel corso delle varie epoche. L’edificio, proprietà dalla famiglia nobiliare dei Branciforte, passò alla fine del XVII secolo al Monte di Pietà, che lo utilizzò come filiale del «Banco dei pegni dei poveri»; poi al Banco di Sicilia e nel 2005 alla Fondazione Sicilia, che lo ha acquistato per circa sei milioni di euro. Le iniziali modifiche al nucleo originario avvennero a partire dal 1801 quando il palazzo divenne sede del Monte di Santa Rosalia. Riguardarono le aperture sui fronti, dove i balconi furono demoliti e le finestre furono chiuse da grate in ferro, mentre il volume complessivo dell’edificio e la distribuzione su tre livelli, rimasero inalterati. Qualche decennio più tardi, per un incendio a seguito di un bombardamento nel 1848, furono fatte le modifiche più evidenti e invasive. I lavori di consolidamento e ristrutturazione, pur immediati, non tennero conto delle caratteristiche architettoniche dell’edificio, come nel caso dell’immensa scuderia, la "Cavallerizza", ora recuperata per ospitare la collezione di reperti archeologici.
 
 
 
 
Nei lavori di restauro avviati nel 2008 (al costo complessivo 17 milioni di euro), Gae Aulenti ha voluto riprendere l'intero complesso mantenendo le testimonianze del passato e inserendo "contaminazioni" contemporanee in alcuni ambienti interni. In quasi seimila metri quadri di superficie, vari spazi sono stati adattati per valorizzare le collezioni filateliche e numismatiche della Fondazione, le maioliche, i bronzi e la biblioteca che tra pregevoli volumi ospita l’eccezionale Archivio Giuseppe Spartisano, allievo di Ernesto Basile, uno dei padri del Liberty palermitano, autore di Villa Manganelli a Catania.
Preziosa la struttura lignea cinquecentesca recuperata (al costo di 512 mila euro), simbolo dalla funzione tipica del “Monte dei pegni di Santa Rosalia”. Articolata nelle altissime scaffalature che raggiungono il tetto, costruite dopo il bombardamento del 1848, tra scale interne, palchetti, ballatoi, anche le iniziali casseforti in cui i palermitani lasciavano i loro oggetti. Per oltrepassare il fine conservativo della struttura e l’idea di museo statico molto è stato investito per i servizi e per la creazione di aree riservate al dibattito culturale attuale, tra cui un innovativo auditorium con sistemi hi-tech, e non da ultimi, la scuola di cucina del Gambero Rosso e il ristorante minimal-chic dello chef Giuseppe Giunta. Il costo degli arredi, tutti appositamente creati da Gae Aulenti, ammonta a 4 milioni di euro.
 
(Articolo pubblicato su TRIBEART#95)



SONDAGGIO

Qual è il patrimonio culturale più trascurato in Sicilia?
  Cretto (Gibellina, TP)
  Teatro Greco (Siracusa)
  Teatro greco-romano (Catania)
  Kamarina (Santa Croce Camarina, RG)
  Graffiti dell'Addaura (Palermo)
  Tonnara del Secco di San Vito Lo Capo (TP)
  Valle dei Templi (Agrigento)
  Torre (Isola delle femmine, PA)
  Tempio E (Selinunte, TP)
  Collegio dei Gesuiti (Catania)



Scritto sul corpo

Il titolo della collettiva – evidente richiamo al bestseller della scrittrice inglese Jeanette Winterson – rivela il tema centrale, la struttura attorno a cui la mostra si compone e si dispone: “Scritto sul corpo c’è un codice segreto, visibile solo in certe condizioni di luce: quello che si è accumulato nel corso della vita si ritrova lì”. Questo il fil rouge che si dipana lungo il percorso espositivo attraverso il mondo del ricordo e dei legami dipinto da Elisa Anfuso e l’enigmatica dissolvenza della pittura di Anna Caruso, il racconto estatico e carnale dei quadri di Jara Marzulli e le immagini ironiche delle donne ritratte da Vania Elettra Tam, le contraddizioni dello spirito e del corpo della scultura e della grafica di Silvia Faieta e l’incontenibile innocenza e gli scenari camaleontici di quelle di Natascia Raffio, fino alle figure di Ilaria Margutti, simbolicamente ricamate per rappresentare le trame della nostra esistenza. All'E-lite studiogallery di Lecce fino all'8 aprile 2013.

Helmut Newton a Roma

Dopo il Museum of Fine Arts di Houston e il Museum für Fotografie di Berlino, il Palazzo delle Esposizioni di Roma accoglie dal 6 marzo al 21 luglio 2013, per la sua unica tappa italiana, la mostra White Women, Sleepless Nights, Big Nudes che presenta 180 immagini di Helmut Newton, uno dei fotografi più importanti del XX secolo. Scatti originariamente comparsi nei primi volumi del fotografo, dal libro White Women (1976), che vede un Newton cinquantenne alle prese con il suo primo volume monografico che otterrà il prestigioso Kodak Photobook Award, passando per Sleepless Nights (1978), che raccoglie servizi realizzati per riviste di moda e finisce per costruire ritratti che diventano reportage da scene del crimine, fino a Big Nudes (1981), la consacrazione della gigantografia.

Fratello fiume

Il Centro Culturale di Milano ospita la mostra di Giulio Di Sturco dal titolo "Fratello Fiume, Lo scorrere delle acque nel destino dell’uomo", terzo capitolo della trilogia dedicata alla relazione complessa tra uomo e ambiente, iniziata con le monografiche di Edward Burtynsky e Ragnar Axelsson. Una delle voci più rappresentative del reportage italiano, vincitore di un World Press Photo Award nel 2008, Di Turco espone per la prima volta nel capuologo lombardo 40 immagini frutto della ricerca fotografica condotta sul Gange e su altri fiumi del continente indiano. Gli scatti raccontano il legame tra la popolazione e il fiume, spaziando dalle inondazioni alle cerimonie religiose. "Il Gange è un esempio lampante della contraddizione irrisolta tra l'uomo e l'ambiente – spiegano la curatrice Enrica Viganò e Camillo Fornasieri, direttore del CMC – perché rappresenta una fonte di acqua ed energia per milioni di individui e, grazie alle terre che irriga, garantisce cibo a oltre un terzo degli indiani. Ma il Gange è anche uno dei corsi d'acqua più inquinati del mondo, utilizzato per smaltire i rifiuti tossici delle fabbriche, che mettono a dura prova un ecosistema ricchissimo di specie vegetali e animali". La mostra sarà visitabile fino al 28 febbraio 2013.

Guy Bourdin al Museo Nazionale Alinari della Fotografia

La Fratelli Alinari Fondazione per la Storia della Fotografia presenta a Firenze al MNAF "A message for you", una mostra dedicata a Guy Bourdin, uno dei fotografi più innovativi e provocatori del XX secolo, realizzata in collaborazione con Samuel Bourdin, Nicolle Meyer, la musa del fotografo e Shelly Verthime, la curatrice del progetto. Nata come una ricerca e divenuta poi una pubblicazione e una mostra, "A message for you" raggruppa la produzione di Bourdin della fine degli anni ‘70 quando, nel pieno della sua maturità artistica, il suo sguardo attento registra i cambiamenti sociali di quel periodo: la libertà sessuale, il capitalismo, gli eccessi del consumismo e la presenza crescente dei media. Tutti temi che trovano la loro perfetta collocazione sulle pagine patinate delle riviste di moda. La mostra cattura il periodo più significativo della sua carriera focalizzandosi su un corpus unico di lavori che Guy Bourdin produsse in collaborazione con Nicolle Meyer, sua musa e modella, che conobbe quando lei era appena diciassettenne. Le 75 stampe moderne esposte in mostra sono una raccolta di alcune immagini pubblicate su Vogue France e di diverse campagne pubblicitarie come Charles Jourdan, il calendari Pentax e Versace, oltre a una collezione di immagini mai pubblicate provenienti dall’archivio del fotografo. Completa l’esposizione una proiezione che raccoglie 150 immagini. Si tratta di una selezione che raccoglie polaroid, testi, annotazioni, negativi, ritratti di Bourdin, che anticipano le fotografie future: un viaggio nella mente curiosa dell’artista, intenso, sorprendente e allo stesso tempo pieno di humour. L’evento, inserito nelle manifestazioni di Pitti Immagine Uomo 83, è vitabile fino al 10 marzo 2013.