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Filippo La Vaccara e la libertà dal superfluo

L’ultima esposizione organizzata dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese è l’ottima occasione per tornare a parlare di Filippo La Vaccara, del suo percorso e delle novità di cui la mostra è pretesto.

di Mercedes Auteri


Filippo La Vaccara, Untitled, 2010, acrilico su carta 
 
 
Nella mostra di Sondrio (La Vaccara/Maillet, Galleria Credito Valtellinese, Musa, Palazzo Setoli e Sassi de’ Lavizzari, 11 maggio – 27 luglio 2012) emerge sempre più distintamente il percorso di questo artista siciliano che ha lasciato la sua isola per andare a vivere nella capitale economica del Paese, Milano, passando ogni tanto per un ashram in India, un rifugio montano tra Italia e Francia, uno spicchio di brulla campagna in mezzo ad un qualunque entroterra di mondo. Luoghi immobili in cui era forte il desiderio di intonare un canto, ritrovare un po’ di spirito, annullare la materia, piantare un seme.
Quanto deve alla poesia di Chagall, alla metafisica di De Chirico, al surrealismo di Magritte abbiamo imparato a scoprirlo già nel decennio scorso, nelle opere delle prime importanti residenze alla Fondazione Ratti di Como, alla Fondazione Orestiadi di Gibellina (TP) all’inizio del nuovo millennio, fino a quelle nelle esposizioni delle gallerie milanesi, Ala, Carrasi, Gianferrari negli ultimi anni del primo decennio del secolo duemila. Ma c’è qualcosa di nuovo nella mostra di Sondrio, una “grazia ricevuta” forse direttamente dalla sua collezione di ex-voto con cui, in maniera bizzarra e straniante alla sua maniera, a cui ci ha abituato, si apre il catalgo a cura di Marco Meneguzzo. C’è grazia, luce, sottrazione, pulizia, stasi elementare nelle ultime opere del nuovo decennio. Nell’anno horribilis per l’economia globale, la cultura locale e l’arte in generale, scampati a nubifragi, guerre e cadute mortali, le tele, le foto, le sculture e le grafiche di Filippo La Vaccara s’inseriscono nel tempo immobile di un’apparizione. I protagonisti delle sue opere sintetizzano le contraddizioni di un’era al confine tra tradizione e innovazione, antico e nuovo, energia e fragilità.
 
 
Filippo La Vaccara, Untitled, 2005, scultura in cartapesta dipinta su linea tramviaria
 
 
Quasi noncuranti di un mondo folle e caotico che, se ogni tanto riaffiora nella calca di una metropolitana (dove comunque una coppia di giovani riesce acrobaticamente e sfidando le leggi della fisica a rimanere in equilibrio, l’una sulle spalle dell’altro), rimane sempre minore rispetto a quello più ordinato delle geometrie di alcuni edifici o di alcune terrazze e balconi affacciati sul vuoto (acrilici Untitled, 2010). La novità degli ultimi lavori è forse proprio questo tributo più palese all’arte orientale, alla filosofia o all’epica indiana, come nel Colloquio tra Yudhisthira e Arjuna o nella scultura Senza titolo (entrambi del 2011) dove alcune lettere riportano il mantra ram ram sul libro gigantesco alla cui guardia si posa un piccolo cane. Non c’è azione nemmeno negli acrilici in cui compaiono i mezzi di trasporto, la metro, una moto, una bicicletta, il tempo li ferma immobili nello sguardo dello spettatore. Gli ampi sfondi, spesso chiari e minimalisti, conferiscono ai soggetti un senso di fragilità, “fluttuanza”, innocenza. Come la tela (Child playing with a tire, 2008) in cui un bambino, quasi sospeso nell’aria, gioca un gioco antico e perduto, rincorrendo con un bastone di legno una vecchia ruota, e che in questa mostra, formalmente e simbolicamente, sembra forse racchiudere più di ogni altra, l’anima di Filippo. I suoi pupazzi più pop (Untitled, 2005, in cartapesta su linea tramviaria) che ricordavano l’ironia contemporanea di Paul McCarthy o le rotondità manga di Takashi Murakami, stanno lasciando il posto a cani custodi e bianche colombe, anime-animali immortalate da scatti fotografici dentro a scorci di paesaggi familiari. Sia la colomba in cartapesta che il gorilla d’acrilico (entrambi Untitled del 2011) sembrano addormentati dentro a un contesto irreale, vittime di un sogno, attori del proprio sonno, creature inconsapevoli del placido passaggio (ad un’altra vita, un altro disegno, un altro tempo) verso cui La Vaccara ci ha amabilmente condotto.
 
(5 giugno 2012)
 
 
Filippo La Vaccara, Child playing with a tire, 2008, acrilico e smalto spray su tela
 





Come sarà il nuovo MoMA

Il Museum of Modern Art (MoMA) di New York ha presentato il nuovo progetto di ristrutturazione ed espansione del suo edificio, realizzato dal prestigioso studio architettonico newyorkese Diller Scofidio + Renfro. Il piano prevede un ampliamento dello spazio espositivo di quasi 4.000 metri quadrati, il 30 per cento in più. I cambiamenti riguarderanno soprattutto l’ala occidentale del MoMA che dà sulla 53esima strada, e in particolare la contestata decisione di demolire l’ex sede dell’American Folk Art Museum. La decisione era stata annunciata dal museo nell’aprile 2013, dando inizio a numerose proteste tra architetti e designer, che l’avevano definita «sbagliata, dannosa e inutile». Era nata anche una campagna #FolkMoMA su Twitter e Tumblr per salvare l’edificio, realizzato dallo studio locale Tod Williams Billie Tsien Architects nel 2001, caratterizzato da una preziosa facciata bronzea e acquistato dal MoMA nel 2011. Dopo le proteste il MoMA incaricò lo studio Diller Scofidio + Renfro di trovare una soluzione per portare avanti la ristrutturazione e allo stesso tempo tenere in piedi il museo. (Il Post)

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