TRIBEART / COMUNICATI


Atanasio Giuseppe Elia, Luci nascoste #3, acrilico e olio su supporto fotografico,50x122 cm

Informazioni utili


a cura di Luciano Marziano
Teatro Naselli
Piazza San Biagio
Comiso (Ragusa) - Sicilia

dal 09-06-2012 al 24-06-2012
vernissage 09/06/2012 ore 18.30
10-13/18.30-21
ingresso libero

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BAI: i transiti e gli approdi

Comiso (Ragusa) - Teatro Naselli - Piazza San Biagio
dal 09 giugno 2012 al 24 giugno 2012
 
Sei anni fa iniziava a Comiso un percorso di memoria e di impegno della pattuglia di artisti che ritroviamo in questa mostra. Essi erano accomunati dalla comune origine, oltre che anagrafica, di essere usciti da una prestigiosa Scuola d’arte, di avere mosso i primi passi di operatori con sguardo prensile verso quanto si muoveva nell’arte a livello internazionale ivi incluse forme aggregative che corrispondevano a istanze di dialogo e formalizzate nella costituzione di comunità esperienziali. Nell’intendimento di operare nell’attualità con radicamento nel tessuto territoriale, il gruppo di giovani operatori dava luogo alla Bottega d’Arte Ippari che, in seguito, avrebbe conseguito immediatezza identificatoria con l’acronimo B.A.I. Questi elementi simbiotici erano sottolineati dal titolo dell’esposizione tenutasi nel 2006 che suonava Una Scuola una generazione. L’evento, promosso dalla Istituzione “S.Fiume”, si profilava come primo resoconto di un work in progress che, tesaurizzando il mai interrotto rapporto, anche di ordine sentimentale, tra i vari componenti del gruppo, pur nella diaspora che le vicende di vita di ognuno di essi aveva determinato, intendeva confrontarsi con spazi e territori i più ampi. La loro individuazione era data dai luoghi nei quali i vari componenti svolgevano e svolgono la loro attività che si estende in un arco amplissimo dell’area nazionale con qualche dilatazione estera quale la Tunisia di Lo Turco. Le varietà territoriali si presentavano come un’occasione di riscontro, di analisi e riflessione, fruendo della straordinaria occasione del punto di vista, del modo di considerare e giudicare da parte di osservatori spazialmente lontani. L’esperimento, oltre che positivo, si è rivelato denso di sorprese anche sotto il profilo umano. E’ stata una straordinaria occasione culturalmente pregevole quasi decampante nell’ambito antropologico anche per l’emergere di uno spaccato di conoscenze , di valutazioni, di situazioni, per molti versi inattese. Si richiamano, per limitarci ad un solo esempio, le parole spese dagli Assessori alla cultura del Comune e della Provincia dei Gorizia - in occasione della mostra delle opere del Gruppo allestita in quella città- di grande considerazione per i siciliani che vivono nella zona, peraltro, legati da una autorevole Associazione culturale. Ed ancora, si fa riferimento alle considerazioni correttamente espresse dalla presentatrice Nicoletta Bressan che coglieva lo spirito del lavoro dei comisani con parole di approfondita analisi. La situazione, come sopra richiamata, veniva reiterata nei vari luoghi nei quali sono state promosse la varie esposizioni, nel rispetto del programma enunciato al momento della prima apertura nella solenne Sala Pietro Palazzo di Comiso testimoniando di un reticolo di presenze comisane specialmente in quelle località dove l’arte viene celebrata per antica tradizione in eventi autorevoli. In riferimento alla mostra allestita a Gubbio, Ettore Sannipoli sottolineava come la stessa costituisse un “rinnovato incontro” perché l’esposizione del Collettivo Bai si inseriva fra le presenze comisane che, a vario titolo e in tempi diversi, avevano partecipato alle varie manifestazioni artistiche promosse dalla città umbra. Addirittura, conferiva all’evento la funzione di “confronto sull’evoluzione ( o involuzione, secondo i punti vista) di manifestazioni importanti come le mostre eugubine della ceramica e del metallo”. Questo evento itinerante, con il procedere nel tempo, rivelava sempre più aspetti dinamici nel senso che, ogni volta, era fonte di meditazione, di riflessione. Non poteva essere altrimenti. Quell’insito aspetto esibitivo, l’atto del mostrare tendeva a immergersi in una sorta di liquidità dalla quale affiorava una originaria tensione a costruire , una vibrante richiesta di senso sulla legittimità di un fare specifico, quello dell’arte, sul quale sempre più si inscrivevano le incidenze degli sguardi dell’altro e il confronto con l’altrove. Accadeva, così, che, al termine di ogni esposizione, gli occhi e le mani di questi artisti si arricchissero di sottili mutazioni con impercettibili approssimazioni ad una sempre più essenzialità pur sempre con la presenza di una autonoma vitalità delle singole opere. Giombattista Corallo, amico e fraterno collega per pratica artistica e attività di docente del gruppo ibleo, promotore e curatore della tappa dello stesso nella toscana Arcidosso, può affermare, per constatazione di prima mano, che la loro attività non ha avuto soste e che ognuno ha fatto la “propria strada verso una particolare , singolare ricerca estetica e raggiungere un’autonomia di linguaggio “ facendo, in ogni caso tesoro dell’esperienza degli altri. Si spiega, così, quella sotterranea comunanza che attraversa l’operare del gruppo, di talune scelte espressive incentrate sempre più nell’analisi delle primarie strutture del linguaggio plastico e, quindi, la tendenza alla non figurazione e, quando questa sussiste, viene indotta verso la dimensione onirica o un viraggio analitico da salvaguardare , al di là dell’accadimento narrativo. E’ il caso di Lo Turco e Spampinato. Il mondo riservato di Saro Lo Turco, popolato da misteriose figure le cui immagini si immergono, sfumandovi, nelle atmosfere fatte di silenzi e di attesa, è sempre più scandito dal gioco delle ombre e delle luci. In questo mondo fatto di calma, denso di enigmi , interviene come una turbolenza, uno scarto che spariglia le carte. Quel mondo ombroso si dilata in uno sconfinamento rappresentativo, si apre alla luce pervasiva che penetra negli anfratti , nella segretezza di archi e muri riproponendoli in uno scenario fastoso, in movimento incessante dove la risacca marina si confronta, amalgamandovisi, con le lame luminose provenienti da un cielo dalle cui siderali profondità balzano cantanti blu dai quali si dipartono bruni dorati che si fondono dentro il baluginare azzurro che vira nel violaceo del mare. Gesualdo Spampinato volge il retroterra figurale del suo lavoro alla ricerca di atmosfere ora rarefatte, ora densificate dalla presenza di immagini ad evidenza emblematica. Lo spazio della tela, del supporto in genere, mantiene l’originaria strutturazione dei piani avanzati e degli sfondi che, applicando, quasi, i principi dello svolgimento tematico tipico della composizione musicale, hanno come fulcro una dominante cromatica di volta in volta, del rosso, dell’azzurro, del grigio perlaceo ed altro ancora. L’operatore costruisce un contesto nel quale immette figurazioni generalmente a dimensione geometrica che esaltano l’originaria intenzione espressiva dell’artista sempre intento alla costruzione del quadro quale evento nel quale la dimensione prospettica rivendica la permanenza di un sottostante legame con l’esperienza figurale ora, però, volta alla costruzione di strutture metafisiche, dando luogo a un complesso di figure la cui scansione allude ad una dimensione esoterica dalla quale fluisce il senso di un ineffabile movimento dell’anima. In Giuseppe Attanasio Elia l’opera tende ad assumere aspetti meditativi con venature esistenziali. I limiti materialmente definiti del campo operativo sono infranti dall’intervento di una componente concettuale tesa a generalizzare lo spazio e, quindi, a coglierne la virtuale infinitezza, con la predominanza di monocromie giocate sui rossi, sui blu, le efflorescenze di gialli luminosi. Ne emerge, pur nel fluire dell’immagine compositiva, il sostrato geometrico del verticale e orizzontale dal quale balzano inattesi squarci d luce che slittano nella evocazione di lacerti di paesaggio urbano, memoria attinta dalle profondità della coscienza. L’intenzionalità costruttiva, talvolta, transita nella rappresentazione dell’icona che consente di incanalare la fluidità pittorica nella serrata strutturazione di zone ripartite con calcolo. All’interno di essa, la pittura si espone con originaria densità , con viraggi aurei, in un reticolo cellulare all’interno del quale interviene una molteplicità di fattori espressivi, ivi inclusa una sorta di citazione tratta dalla storia dell’arte, indicativa di un intento di riflessione sul fare specifico della produzione dell’opera artisticamente qualificata. Il paesaggio cosmico di Raffaele Romano è sempre più immerso nelle rifrangenze luministiche. Le galassie erranti dei frammenti cromatici si dilatano, si raccolgono, si enucleano in pullulare di colori sfrangiati dalla liquidità solare. Nel percorso compositivo viene immessa una gioiosa vibrazione cromatica costruita con certosina aggregazione segnica. Questa ha la duplice funzione di riferimento a se stessa e di rimando alla entità di elemento costitutivo dell’evento rappresentativo. I passaggi di zona e di tono, i rapporti dei vari colori coerenti e mai gridati, la loro levità di dettato alludono a profondità spaziali da cogliere, pur sempre, nel territorio stesso della operatività. La loro dilatazione , allora, è affidata alla componente mentale che fa del dipinto una sorta di opera aperta che richiede la connivente e attiva partecipazione del fruitore. Questi elementi di convergenza, derivati dell’intensa attitudine dello stare sull’opera, a penetrarne le recondite latebre, in un implacabile tensione fatta di domande avanzate in una situazione caratterizzata dal solitario a tu per tu con l’opera, ma con negli occhi, nella mente il fluire delle istanze di una contemporaneità della quale cogliere le emergenze, le istanze, filtrate da selettive valutazioni, risultano presenti anche negli scultori. In Vittorio Balcone l’affiorante vena che richiama stilemi surrealisti, viene declinata nella politezza delle superfici, nella compattezza della forma stemperata dalla leggerezza dei titoli intrisi di una sottile vena ironica. Essi danno luogo a una operazione di risonanze ,di atmosfere che conservano un forte tasso concettuale. Con Balcone si coglie l’occasione per rilevare e sottolineare un elemento che accomuna gli operatori del Gruppo in parola e, cioè, un inestinguibile raccordo con la tradizione dell’arte moderna; tradizione nel senso di razionalizzazione di un fare oramai entrato nella storia con una sua identità e, in quanto tale, da costituirsi quale parametro di confronto poiché in esso si ritrovano le radici motivanti un fare riportato nell’attualità. In Balcone sono evidenti le ascendenze di un grandissimo maestro come Brancusi, ma nel percorso elaborativo dell’opera si immette, anche con la prima sottolineata ironia, come una sorta di raffreddamento della sensuosità tattile delle forme per un’induzione al coinvolgimento nelle soluzioni strutturali, nel percorso manipolatorio nel quale si inscrivono la sapienza dell’artigiano e la creatività dell’artista. In questo percorso verso l’essenzialità si immette Luigi Galofaro. Posti in parentesi i trascorsi passaggi quasi di valenza esistenziale , riferiti a un mondo turbato espresso dalla durezza delle fratture , egli muta il segnale della sua ricerca indotta,ora, verso la germinazione del fare fornendo i dati per una riflessione identitaria. Ritrova i parametri ispirativi e formali di una modernità storicamente attestata della quale coglie i coefficienti valoriali all’interno dell’opera. Assunto nella verticalità, oserei dire classica, della scultura, l’ aspetto totemico vira nello svolgimento di episodi plastici con misurato ritmo. L’opera si presenta come campo, territorio nel quale ogni atto, frammento , ogni luogo seppure minimale è proteso ad assorbire e, quindi, testimoniare un percorso compositivo che mette a nudo la procedura operativa con soluzioni complesse Queste sono rese perspicue da sottili e funzionali interventi segnici tratti anche dalle metodologie esecutive della grafica che, disposti in dialettica variabilità, animano la superficie del manufatto. Il quale si espone con un severo andamento ritmico plasticamente equilibrato attraversato da strategiche aperture dalle quali si immette un flusso spaziale che dinamizza l’opera . Della sacralità che attraversa il suo operare, Giovanni Di Nicola tende ad attenuare l’elemento narrativo a favore della essenzialità degli elementi compositivi. Anche se, tuttora, sussistono riferimenti di riconoscibilità come le silouhettes umane, le opere sono immerse nella estensività di uno spazio nel quale il rapporto fra i vari coefficienti espressivi son posti in misure ben calcolate che esaltano la permanente tendenza ad una elevazione spirituale. La presenza anche di aspetti esoterici lasciano a nudo, in ogni caso, la componente manipolatoria che testimonia della presenza dell’uomo e della sua proiezione con lo strumento primario della mano. Le sculture si articolano in un minuzioso itinerario di assemblaggi, di eventi plastici enunciativi della consapevolezza materica. Ne emerge un retroterra compositivo che coglie della natura dei materiali metallici le più recondite possibilità espressive ponendo in atto uno scenario di attraversamenti che consentono di incorporare nella tridimensionalità plastica della scultura interferenze cromatiche di riferimento pittorico. Il tutto conseguenza della sapiente analisi e dello scavo nelle multiformi possibilità del materiale indotto, in alcune composizioni , ai limiti estremi della resistenza. Emanuele Elio Licata mette in scena il grand jeu delle simulazioni, dell’immediatezza perspicua. Dietro le apparenze di una levità strutturale portata ad estenuata semplificazione , si cela il perenne confronto con la materia. L’immagine della libellula suggerita per analogia visiva dal frammento residuale di un antico documento quali le tavole eugubine, viene proiettata nell’aria dove subisce le vibrazioni prodotte dal vento che si insinua tra i filiformi supporti di sostegno. L’assemblaggio di questi da luogo ad installazioni dalle multiformi possibilità combinatorie ed elaborazione di sempre nuove rappresentazioni che traggono linfa da una sorta di genius loci, quello dello spazio cittadino eugubino nel quale Licata vive e del quale coglie la stratificazione storica che ha passaggi qualificanti in un medioevo che riflette la sua lontananza nelle patine anticate dei metalli, nel mistero di un complesso di lettere oramai acquisite nella sola funzione grafico visiva, nella memoria di stendardi e insegne. Un mondo duro, spesso proiettato in un mito rassicurante del quale Elio coglie lo spessore riproponendo spezzoni di macchine oggi inutili ma ancora gravide di acuminati strumenti di sofferenza alleviata da titoli dal suono dissacrante. In Michele Licata la figura del totem, motivo ricorrente del suo lavoro, viene indotta in uno spazio laico, quale documento di procedura di costruzione della forma. Eliminati i segnacoli araldici , il manufatto viene colto nell’ambito strettamente scultoreo quale territorio dei rapporti plastici , con i nessi dei pieni e dei vuoti. E’ una condizione che può pervenire a episodi di spazialismo laddove uno scarto sottolineato anche dalla variazione cromatica, da luogo all’attraversamento della struttura per via dei fori predisposti secondo un’interna scansione che conferiscono alla severità della composizione come una sorta di alleggerimento che sfiora il territorio del disincanto. Nella scultura intitolata Evoluzione, Licata espone l’abilità combinatoria della manipolazione che evolve verso figurazioni ambigue giocate tra l’oggettualità e il riferimento alla riconoscibilità di un’immagine a dimensione zoomorfa. Anche in questo caso è dato di cogliere la consacrazione della sapienza manipolatoria dell’artigiano , conoscitore della sostanza materica, delle sue rese e possibilità tali da corrispondere alle istanze creative dell’artista. Luciano Marziano





Come sarà il nuovo MoMA

Il Museum of Modern Art (MoMA) di New York ha presentato il nuovo progetto di ristrutturazione ed espansione del suo edificio, realizzato dal prestigioso studio architettonico newyorkese Diller Scofidio + Renfro. Il piano prevede un ampliamento dello spazio espositivo di quasi 4.000 metri quadrati, il 30 per cento in più. I cambiamenti riguarderanno soprattutto l’ala occidentale del MoMA che dà sulla 53esima strada, e in particolare la contestata decisione di demolire l’ex sede dell’American Folk Art Museum. La decisione era stata annunciata dal museo nell’aprile 2013, dando inizio a numerose proteste tra architetti e designer, che l’avevano definita «sbagliata, dannosa e inutile». Era nata anche una campagna #FolkMoMA su Twitter e Tumblr per salvare l’edificio, realizzato dallo studio locale Tod Williams Billie Tsien Architects nel 2001, caratterizzato da una preziosa facciata bronzea e acquistato dal MoMA nel 2011. Dopo le proteste il MoMA incaricò lo studio Diller Scofidio + Renfro di trovare una soluzione per portare avanti la ristrutturazione e allo stesso tempo tenere in piedi il museo. (Il Post)

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