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You can't drink CocaColla.it! Coca-Cola dixit

La multinazionale americana si scaglia contro il blog catanese intimandone la chiusura. Il motivo? Il nome creerebbe confusione tra i consumatori. All'ingiunzione del colosso i cinque fondatori rispondono a colpi di guerrilla marketing. Chiuderanno sì, ma con stile.

di Vanessa Viscogliosi



 
Sono bastate due lettere di diffida per scatenare una battaglia di comunicazione virale che, tra un tweet e l'altro, è riuscita a portare alla ribalta mediatica la controversia tra i cinque bloggers della provincia siciliana – Emanuele e Gianluca Fontana, Gabriele Infranca, Alessandro Timpanaro, Luca Di Marco – e il titano delle bollicine con sede ad Atlanta. La causa del putiferio? Il nome del blog, CocaColla, troppo simile a quello della multinazionale che decide addirittura di scomodare il suo ufficio legale per invitarli a ritirare le pratiche avviate per la registrazione del marchio e la cessione nei loro confronti del dominio, profili social inclusi. Ma proprio all'icona pop per eccellenza, musa di artisti e designer, i fondatori di CocaColla si sono in parte ispirati quando, nel 2010, hanno scelto l'«irriverente» nome del loro blog. «L’idea di chiamare il blog CocaColla nasceva da uno dei nostri primissimi brainstorming – spiegano nell'ultimo post pubblicato sul sito – quando pensammo di mettere insieme la colla, elemento fondamentale dell’artistica di base, ma anche della streetart, con la Coca-Cola, simbolo della cultura pop, dell’industrializzazione e della pubblicità come strumento fondamentale per sbaragliare la concorrenza».
Dopo aver consultato un avvocato esperto in proprietà intellettuale il team etneo stabilisce però di non avviare nessuna pratica legale. Le pretese di un Golia multimilionario non possono essere disattese. Lo dice l'istinto di sopravvivenza. E pure la sacchetta vuota. Nessuno vieta però di cavalcare la visibilità che una notizia del genere può portare, soprattutto se, nei propri piani c'è l'obiettivo di spostare numeri e successi – parliamo di 2.000.000 di page view nell’ultimo anno, 1.500.000 visitatori unici, 8.000 liker su Facebook e 2.000 follower su Twitter – su un altro lido del cyberspazio. Ecco allora la comunicazione che il 22 febbraio Il fu Drink Team lancia agli internauti: «Per evitare di perdere quanto costruito in questi due anni con CocaColla vi chiediamo di sostenerci comunicando la news sui vostri blog, sulle vostre pagine, sui vostri canali e su Twitter». E il popolo della rete risponde. Risponde eccome. Su Twitter l’hashtag #supportcocacolla ieri è balzato subito tra le notizie di tendenza. Articoli e messaggi di solidarietà hanno, manco a dirlo, invaso il web. Insomma CocaColla chiuderà pure il 5 marzo ma il nuovo sito si è già assicurato un boom di accessi. Non sempre il pesce grande mangia quello piccolo. Anzi, a volte, succede persino il contrario. Chapeau.

(24 febbraio 2012) 


I vostri commenti


29-02-2012 alle ore 17:25
hermanito  >   Signorina... good job!

27-02-2012 alle ore 19:03
Federico Russo  >   Confusione? Macomesipuò.

25-02-2012 alle ore 10:45
Antonio Lo Presti  >   Cool people read TRIBEART!

24-02-2012 alle ore 18:03
Anonimo catanese  >   Cool people don't drink Coca-cola!





Come sarà il nuovo MoMA

Il Museum of Modern Art (MoMA) di New York ha presentato il nuovo progetto di ristrutturazione ed espansione del suo edificio, realizzato dal prestigioso studio architettonico newyorkese Diller Scofidio + Renfro. Il piano prevede un ampliamento dello spazio espositivo di quasi 4.000 metri quadrati, il 30 per cento in più. I cambiamenti riguarderanno soprattutto l’ala occidentale del MoMA che dà sulla 53esima strada, e in particolare la contestata decisione di demolire l’ex sede dell’American Folk Art Museum. La decisione era stata annunciata dal museo nell’aprile 2013, dando inizio a numerose proteste tra architetti e designer, che l’avevano definita «sbagliata, dannosa e inutile». Era nata anche una campagna #FolkMoMA su Twitter e Tumblr per salvare l’edificio, realizzato dallo studio locale Tod Williams Billie Tsien Architects nel 2001, caratterizzato da una preziosa facciata bronzea e acquistato dal MoMA nel 2011. Dopo le proteste il MoMA incaricò lo studio Diller Scofidio + Renfro di trovare una soluzione per portare avanti la ristrutturazione e allo stesso tempo tenere in piedi il museo. (Il Post)

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