COSIMO PIEDISCALZI. SOLO SHOW



Cosimo Piediscalzi, Peppino, tecnica mista su tela (200)



“Striminzire il più possibile un pensiero o un’immagine.

E’ con questo proposito che una personale di Cosimo Piediscalzi diventa una mostra di ritratti e autoritratti, così che, posto come costante il soggetto irrinunciabile, tutto il resto possa essere affidato alle facoltà di significazione di un ambiente dominato da un’arbitrarietà ridotta a texture.

Ed è per lo stesso proposito che Cosimo, nel ritrarre, conserva di sé e dei suoi soggetti il minimo possibile: una sottile traccia nera a circoscrivere sul foglio l’area di pertinenza dell’identità dell’uomo per proteggerla dallo straripare indifferente, seriale, automatico dell’ambiente (e dell’arbitrario). Con la stessa traccia poi sono individuate bocche inespressive, occhi dalle palpebre acide, narici e ogni singolo pelo di eventuali barbe, il tutto nella sottile tensione di una frontalità e di un parallelismo impossibili con il piano del quadro, che consente di rendere incredibilmente denso di informazioni spaziali il nulla della silhouette di carta che sta cromaticamente e materialmente per l’immagine e per la sostanza del volto.

Lì dove termina lo spazio del corpo, inizia un coloratissimo mondo invivibile. Come in un mosaico bizantino o secessionista, gli abiti e gli sfondi non offrono garanzie di vita alla figura bidimensionale: le tessere non smetterebbero mai abbastanza di essere se stesse da diventare elemento di significazione della stoffa o dell’ambiente, ma perseverano nel significare solo colore come nella configurazione significano solo disegno astratto; allo stesso modo i pastelli, le vernici, gli acrilici e i pennarelli di Cosimo denunciano la loro materiale eterogeneità, la loro estraneità ed incapacità di diventare qualcosa di diverso da ciò che sono. Essi sono materia colorata che nel processo dello “striminzire” semantico non possono che significare colore.



Cosimo Piediscalzi, Autoritratto Asociale 3, tecnica mista su tela (2008)


Così quando Cosimo si pone come elemento occludente di una parte di quel mondo iridato dello sfondo, diventa immediatamente un negativo del nulla. Da ciò il disgusto, la vergogna, l’orgoglio. La necessità di definirsi per contrasto (I’m not like you), di enunciare la propria identità a caratteri cubitali (Ritratto di Leeza Hooper), di connotarsi attraverso gli oggetti del quotidiano posti all’attenzione nelle modalità che altrove sono dedicate all’uomo (La tazza, La tazzina, La piccolissima tazzina, La tazza del latte col manico decorato) così da farne ennesimi autoritratti traslati. Oppure la pulsione è quella a negarsi, a tirare sul naso un pezzo di quel nulla colorato in forma di maglietta e scomparire dentro di esso/essa, perché il colore invada il più possibile quel pezzo di superficie dedicato alla pelle -il veicolo del sensibile- e lo anestetizzi; così accade negli Autoritratto a letto 1 e 2, dove Cosimo, malato, infettato, contaminato, tende a ricoprirsi scompostamente di indumenti sotto i quali diventare insensibile all’influsso esterno che ha approfittato della sua vulnerabilità per fiaccarlo.

Il suo viso (sineddoche per animo e ed identità di palermitano migrante), più che dal bianco della carta è costituito dalla carta bianca: suscettibile, finché esposta, di accogliere il segno proveniente dall’esterno nel più ineluttabile e irrimediabile dei modi.


Donato Faruolo
Articolo tratto da Tribenet.it
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